Lettera aperta sulla paura

Maggio 27, 2017

Cari tutti,

Se state leggendo queste parole, significa che stavolta ho deciso di pubblicare i miei pensieri quando solitamente mi capita di esprimermi per poi riporre il materiale in un cassetto o più spesso di destinarlo ad essere cestinato.

Scrivo questa languida lettera in una notte insonne perché, forse non l’ho dimostrato finora, è parte del mio carattere. Mentre metto su carta queste parole ho deciso di arrogarmi il diritto di presumere di conoscervi personalmente e di rivolgermi a voi come mi rivolgerei ad un buon amico. Se questo vi pare troppo, d’altronde come possiamo pretendere di conoscerci l’un l’altro quando non conosciamo a pieno nemmeno noi stessi, perdonatemi.

Questa non è una buona serata, quella appena trascorsa non è stata una buona giornata, quella passata non è stata una buona settimana. A ben vedere, occorre fare una precisazione: sono ancora vivo, in salute, nessuno intorno a me soffre o ha sofferto (almeno non più del solito) e che io sappia sono ancora tutti vivi. Questo immagino possa bastare per qualificare un periodo come positivo, quanto meno alla luce dei gravi fatti che spesso ci sconvolgono. Dire di star bene, tuttavia, sarebbe ipocrita da parte mia. Hermann Hesse ha scritto: “Il lato diabolico della malinconia è quello non solo di far ammalare le sue vittime, ma anche di renderle presuntuose e miopi, addirittura quasi superbe. Si crede di essere come Atlante che da solo deve reggere sulle proprie spalle tutti i dolori e gli enigmi del mondo, come se mille altri non sopportassero gli stessi dolori e non vagassero nello stesso labirinto.” Questa notte ha mantenuto le promesse inscritte in queste parole. Per prima cosa, oggi sono colpito della malinconia. È strano pensarci ma basta poco per caderne vittima. Una parola sbagliata al momento giusto può distruggere tutte le tue certezze. Può portarti alla disperazione, più o meno giustificata, e ferirti nello spirito e nel fisico. Secondo, la malinconia ti fa sentire perso. Come scriveva Salvatore Quasimodo: “Ognuno sta solo sul cuor della terra.

A questo punto, perdonatemi ancora se ho la presunzione di rivolgermi a voi direttamente, ma voglio assumere che anche voi stessi abbiate passato momenti come questo. Ed è in queste circostanze che non voglio lasciarvi. Questa notte, per me è tardi, sarò solo coi miei pensieri e come Atlante sarò chiamato a sorreggerne il peso che curverà la mia anima come il peso della volta celeste curvò la schiena del gigante. Ma per voi no, non è tardi, non ancora, non oggi e se sarò riuscito nel mio intento non domani. Se volete avere ancora un po’ di pazienza, sentite quello che ho da dirvi.

Devo confessarlo: ho paura. Dopo aver meditato, mi sono risolto a definire questa paura: ho paura del futuro. Non di un futuro generico, avrete capito, ma del mio futuro. Se c’è una cosa di cui sono assolutamente certo ora è che non ho certezze. Non ho una rotta che mi guidi e impedisca di essere portato alla deriva quando soffia vento di burrasca. Ora, permettetemi di non annoiarvi oltre con le mie lamentele, vorrei evitare di darvi un resoconto completo delle cause che mi hanno portato a scrivere questa lettera anche se alcuni di voi le avranno intuite. Permettetemelo perché questa lettera non è rivolta a me, ma a voi. Quante volte vi siete sentiti sballottati dalla corrente? Quante volte siete stati schiacciati dalla paura? Quante avete sofferto o perfino pianto? Non vergognatevi ad ammetterlo, è naturale, come vi ho mostrato. Questa lettera è per voi al fine di dimostrarvi che non siete soli. Che altri, come me, soffrono e si lamentano e si dimenano e si contorcono perché hanno paura. Altri sono senza una rotta. Esistono altri Atlante e per quanto mi costi ammetterlo in questo momento di superbia, nessuno è solo sul cuor della terra. Noi tutti condividiamo le stesse sofferenze, gli stessi vizi, gli stessi affanni, idiosincrasie e infine le stesse paure.

Un albero, quando nasce in uno spazio aperto senza altri compagni alberi nelle vicinanze a vita breve. Non può comunicare e collaborare con altri della sua specie. Allo stesso modo un uomo solo non può sopravvivere se è costretto a portare il peso dei suoi dolori senza aiuto. Ma esistono uomini soli? Che ci crediate o meno, nessuno può dirsi davvero solo. In un modo o nell’altro tutti siamo coesi. Tutti, chi più chi meno non fraintendetemi, soffrono per le stesse cause. Un albero, in una foresta, ha grosse possibilità di vivere a lungo. I suoi fratelli, che condividono con lui il nutrimento, sono disposti ad aiutarlo in caso di difficoltà. Tutti gli alberi in una foresta sono connessi. Così accade che quando un albero si ammali e manchi di nutrimento gli altri lo supportino perché lui farebbe lo stesso con i suoi fratelli. Allo stesso modo accade che gli uomini possano supportarsi a vicenda. Consci o meno del fatto, tutti noi sopportiamo il peso dei nostri affanni, gli uni quello degli altri, per il solo fatto che li condividiamo su questa terra. Così accade, lasciatemi dire, che quando soffrite il vostro vicino percepisca il peso che incombe su di voi. A lui potete appoggiarvi e sarete sorpresi da quante volte proprio lui vorrà di sua volontà offrirvi le proprie spalle. Io posso offrirvi le mie.

E quindi permettetemi di concludere dicendovi di asciugare le vostre guance perché non siete soli, ma altri come voi stanno vivendo e hanno vissuto e vivranno le vostre paure e angosce. Ce ne sono altri, siamo qui e come voi abbiamo paura, e come voi soffriamo, e come voi cerchiamo aiuto e siamo disposti ad offrirne. E questo basti a sollevarvi del peso che vi opprime.

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